Manifesto del brand: SDC nasce dall’arte applicata; qui l’arte non decora, struttura.
arti applicate all’industria ed all’artigianato
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SDC di Stefania Di Carlantonio® • ROMA- ITALIA
Nota della Direzione Artistica SDC
Il testo che segue, a firma di una testata esterna, analizza il Gilet SDC attraverso le lenti della cronaca e del costume. Per il nostro sistema, questo oggetto non rappresenta un esercizio di moda, ma un capitolo della nostra indagine sulla tridimensionalità. Pur utilizzando un linguaggio narrativo differente dal nostro rigore tecnico, il pezzo coglie l’essenza della nostra ricerca: trasformare l’abito in un’architettura identitaria capace di risolvere la funzione reale del vestire quotidiano.
Un’indagine sulla forma e sulla funzione del vestire
Più che un abito da lavoro, una scultura di tessuto: il gilet SDC di Stefania Di Carlantonio è il tributo al design innovativo e alla maestria sartoriale. Un po’ camicia e un po’ smanicato, è la mise perfetta per vestirsi da lavoro fuori dal lavoro. Mi spiego. Pensate a tutti quei mestieri che richiedono di indossare completi aziendali per otto ore al giorno, per cinque giorni su sette. Applicate il discorso sia agli uomini che alle donne.
Aggiungete praticità, sicurezza, tendenza, ma anche l’idea di rappresentare l’immagine che il marchio vuole trasmettere ai propri clienti. Unite la voglia (forte) di avere un look che toglie dall’impaccio che scatta davanti all’armadio, in quell’esatto momento in cui non si sa cosa indossare. Mescolate il tutto. Quel che otterrete è questo gilet da lavoro, con un dettaglio super cool: la finta cravatta. Non solo, perché il gilet nasce sì senza maniche, ma si può indossarlo con scollatura nel retro, si può avere nella versione sopra il ginocchio o alla caviglia, con spacco laterale nella gonna o maniche lunghe.
Fig. 1.0 — Analisi della sezione: protocollo costruttivo Gilet SDC
E scatta inevitabile il benvenuto nel guardaroba a questo capo da lavoro pensato a misura di chi lo indossa. Attenzione: “a misura”, non “su misura”, perché guai confonderlo con un capo sartoriale. Infatti il gilet SDC si può personalizzare a piacimento, cambiando secondo i propri gusti, misure ed esigenze. Ma non finisce qui, perché la sua magia risiede nella lavorazione unica, che nasce da linee di design ma scende a patti con pieghe che si spezzano fino a morire e sovrapposizioni di tessuto in grado di regalare le illusioni che solo un trompe-l’oeil sa dare. Il risultato? Inganna l’occhio ma fa tendenza, gioca con il volume ma senza aumentarne gli spazi.
Date per buone le sue origini che ci portano in Turchia quando, ai tempi dell’Impero Ottomano, uomini e donne indossavano una giacca senza maniche chiamata Yekek, la moda lo ha rispolverato nelle ultime passerelle. Ora, che sia un gilet o un panciotto 3.0 nulla importa, perché in questo caso il capo strizza l’occhio alla forma, perdendola. Tutta colpa della cravatta: finta, irremovibile, senza nodo, simile al cappio che bene si associa alla natura oppressiva del mondo del lavoro.
C’è chi dice che come accessorio d’abbigliamento le sue azioni fossero già in caduta libera. C’è chi dice che sia solo un retaggio del passato essendoci di mezzo la guerra (da cui è nata) e l’amore, la frivolezza e il richiamo sessuale, i dandies e i rivoluzionari, i gagà sfaccendati e gli architetti razionalisti, Louise de La Valliére e Brummel, il duca di Windsor e Filippo Turati. E allora? Evviva questo effimero nodo che non c’è ma pare ci sia, femmineo lezo ma anche residuato di un maschio vestire, è sparito dal guardaroba di lui per trasferirsi in quello di lei. Adesso torna semplicemente al collo di un gilet da lavoro, riprendendosi il suo posto nell’armadio, ma soprattutto nella moda.
Fig. 2.0 — Modello preliminare del gilet-cravatta, come esempio di micro-architettura e indagine sul workwear.
La combo è perfetta: workwear con cravatta (che inganna) sotto un colletto applicato a parte. Prima di Stefania Di Carlantonio, il gioco delle pieghe aveva scomodato l’arte dell’origami planato sul taffettà plissettato di Roberto Capucci, sull’organza di Koij Tatsuno, sulla seta di Sarli, sulle balze sul tubino in gazar di seta di Galliano, sfociando nell’impermeabile con l’abito Watanabe. Che dire dell’origami atterrato invece sul tulle a plissè a ventaglio di Gaultier? Dell’abito di chiffon gauffré di Chanel? Ci sono passati anche Moschino e Yves Saint Laurent. Poteva Stefania Di Carlantonio non cedere alla tridimensionalità di una piega nata per crescere e poi morire nella verticalità di un gilet? Funziona, eccome questa sua “invenzione” che rispolvera la prospettiva, la tridimensionalità ma anche il chiaroscuro e l’illusione ottica, scomodando finanche la percezione della materia. D’accordo, l’illusione fa parte della moda. Elsa Schiaparelli nella sua collezione di golf armeni emulava ricami e fiocchi, mentre l’effetto naked di Jean-Paul Gaultier ha fatto sembrare veri i suoi nudi disegnati. Ora, è ovvio che questo gilet SDC è un capo(da)lavoro. Originale, d’accordo. Pensato come una scultura è destinato ad essere scelto come un’uniforme ripetitiva in tutte le attività di tipo alberghiero, della ristorazione, dei bar e del catering.
Roberta MaresciL’indagine di Stefania Di Carlantonio, qui analizzata sotto il profilo narrativo, è la matrice da cui origina il sistema SDC. In questo progetto, la sua visione artistica si traduce in una struttura collettiva di arti applicate.
